Liberi di scrivere

Liberi di scrivere

Diversi punti di vista si alternano, come schegge frantumate di uno specchio, nel romanzo di esordio della sceneggiatrice irlandese Liz Nugent, Il mistero di Oliver Ryan (Unravelling Oliver, 2014). Un noir dublinese, pubblicato in Italia da Neri Pozza, nella collana I neri e tradotto da Annamaria Bivasco e Valentina Guani, ritratto composito di un uomo, di uno scrittore di successo di libri per bambini, visto attraverso gli occhi di chi lo conosce, di chi meglio può vedere attraverso l’apparenza e scorgere il cuore di tenebra che costituisce il suo mistero.
Perché c’è un mistero da svelare, e più avanziamo nella lettura e più intuiamo che sarà capace di spiazzarci, di cambiare le carte in tavola, di spiegare il motivo per cui un uomo, felice, di successo, con una bella moglie, una bella casa, di colpo compie un atto insensato, capace di porre fine alla sua stagione “felice”. Nessuno riesce a crederci, non è da lui compiere un atto così irrazionale, violento, imprevedibile. Oliver Ryan è un uomo pacato, un bel tenebroso che piace alle donne, capace di sedurre, di ammaliare il suo pubblico nei talk show, capace di scrivere storie per bambini bellissime. Ma è tutto un bluff, tutta una montatura. Chi è davvero Oliver Ryan? Un mostro, come dice e pensa Veronique?

Comunque nessuno conosce meglio Oliver Ryan, che Oliver Ryan stesso, anche lui voce narrante, parte di questo coro greco che ci porta a conoscere il suo passato e quello che successe in una vendemmia in Francia nel 1973. O prima ai tempi del collegio, ignorato e rifiutato da un padre oscuro e inflessibile anch’esso con un passato da nascondere, una colpa da espiare.
Tassello dopo tassello ricostruiamo lo specchio in cui Oliver Ryan si riflette. La Nugent con mano felice crea attesa e scava nell’animo di un essere amorale ed egoista. Cattivo come dice Eugene, il fratello ritardato di sua moglie Alice. Capace di tutto. E letteralmente scopriremo di cosa è stato capace nella sua vita di menzogne, plagi, assassini di cui è responsabile anche solo in modo riflesso.

Ma cosa l’ha reso tale? Forse è questo il mistero che vogliamo scoprire. A patto che ci importi davvero. Chi picchia la moglie tanto da ridurla in coma, merita che si cerchino di capire le sue ragioni? Naturalmente il romanzo è costruito su questo, per cui l’autrice ritiene che si debba rispondere un sì a questa domanda. Non è una ricerca di attenuanti, o di colpe da scaricare sulla vittima, più che altro è la ricerca di un senso. Di una plausibile ragione per cui un ragazzo che poteva avere tutto diventa un mostro.

In Irlanda mariti ubriachi che di ritorno dal pub picchiano le mogli non sembrano una realtà tanto infrequente, ma se pensiamo anche in Italia è un fatto recente, l’ubriachezza di un marito violento è stata giudicata un’ attenuante. Oliver Ryan è perfettamente sobrio quando sfoga la sua rabbia su sua moglie, svelando finalmente al mondo la sua vera identità.

Ci sarà un processo, ci sarà il carcere psichiatrico, ci sarà l’occasione di una parziale redenzione, un unico gesto puramente disinteressato fatto nella sua vita di atrocità. Perché forse il dramma di quest’uomo è proprio quello di volere diventare un uomo buono. Basta un solo gesto umano a riscattare un’intera vita di crimini? L’amore negato di un padre può essere un’ attenuante? Leggendo questo noir, in cui la banalità del male è così diretta, scontata non è chiaro. Certo non si prova empatia per Oliver Ryan, non è simpatico, né tanto meno affascinante. E’ un uomo mediocre, un uomo senza qualità, e il vero mistero è come abbia fatto a ingannare tutti così a lungo.

Liz Nugent è nata nel 1967 a Dublino. Ha scritto sceneggiature, soap-opera, serie tv per adulti e cartoni animati per bambini. È stata finalista al premio di racconti Francis McManus e il suo monologo radiofonico Appearences è stato scelto per rappresentare l’Irlanda al prestigioso New York Festivals. Il mistero di Oliver Ryan è il suo primo romanzo.

Sherlock Magazine

sherlockmagazine.it

Un senso di rabbia misto a un sentimento di tristezza infinita…

Oliver Ryan, irlandese, è un uomo bello e sicuro di sé. Uno scrittore famoso sotto lo pseudonimo di Vincent Dax. Sua moglie Alice, dolce e carina, è l’illustratrice dei suoi libri per bambini. Una sera di novembre 2011 la “picchia così selvaggiamente da ridurla in coma”. La notizia si sparge subito attraverso i mezzi di comunicazione e tutti ne rimangono sbigottiti. Ma allora chi è veramente Oliver Ryan? La risposta l’avremo leggendo i racconti e le confessioni dei suoi amici e conoscenti. E, soprattutto, di lui stesso.

Dunque vediamoli questi amici e conoscenti. C’è Barney a cui ha “fregato” Alice proprio quando le aveva comprato l’anello di fidanzamento; c’è l’amico Michael ossessionato di essere gay; c’è Moya, l’attrice vicina di casa con la quale ha un lungo rapporto; c’è Madame Veronique che gestisce un castello con tenuta (vigneto) a Bordeaux; c’è Stanley che lega con Oliver al ST. Finian’s; c’è suo fratello più piccolo Philip ed Eugene, fratello di Alice, con quoziente intellettivo inferiore alla norma.
Tutto gira intorno al Personaggio. Bello e fascinoso, dicevo. Ragazze ai suoi piedi, sempre al centro della scena ma un tarlo lo rode, la mancanza della madre, la mancanza di amore del padre che lo “elimina” praticamente dalla sua esistenza. Ed il Male che lo abbraccia.

Dai racconti e dalle confessioni degli altri ecco tanti piccoli tasselli che contribuiscono a comporre la sua inquietante figura con prospettive diverse e ad offrirci il destro per la conoscenza di altre storie. C’è tutta la vita, c’è tutto l’uomo in questa vicenda: la nascita e lo sviluppo dei sentimenti, il sesso, l’amore cercato e l’amore mancato, il figlio non desiderato e quello voluto, la vergogna del peccato, la lotta e la sofferenza di esprimere la propria sessualità, gli sfruttati, le sorprese, il dolore, la voglia di farla finita, il suicidio, la morte. E poi i ricordi, i sogni, qualcosa di buono che all’improvviso si accende nell’animo di Oliver.

A fine lettura un senso di rabbia misto a un sentimento di tristezza infinita per la debolezza del nostro essere, di noi tutti, di fronte agli agguati del male.